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Al-Qaeda, originariamente, era
il campo, nei dintorni di Jalalabad in Afghanistan, nel quale venivano
addestrati i volontari islamici nella guerra contro i sovietici. Dal 1988 ha
incominciato ad indicare il “database” in cui erano inseriti gli jihadisti
volontari per la guerra in Afghanistan e solo alla fine degli anni novanta
si è “globalizzata” rappresentando la rete di collegamento tra numerose
organizzazioni terroristiche, ispiratesi al salafismo jihadista.
Scarse sono le notizie riguardanti la struttura di questa organizzazione
guidata da Osama bin Laden. Secondo alcuni studiosi le azioni di Al-Qaeda
devono essere approvate da un consiglio consultivo religioso (majlis
al-shura) che controllerebbe quattro comitati: il comitato militare che si
occupa del reclutamento e dell’addestramento, il comitato finanziario (che
si occupa del reperimento delle risorse materiali e finanziarie), il
comitato giuridico e religioso ed il comitato di informazione.
Secondo le più recenti investigazioni gli affiliati ad Al Qaeda, o a gruppi
ad essa collegati, sarebbero distribuiti in una cinquantina di paesi del
mondo.
Nei ranghi di al Qaeda si
affiancano tre generazioni. Oltre ai padri fondatori, veterani dela guerra
in Afghanistan (come bin Laden e il suo braccio destro Ayman Al Zawahri),
una seconda generazione di musulmani ha raggiunto il movimento tra il 1992 e
il 1993 (tra essi, l'autore materiale del primo attentato al World Trade
Center, Ramzi Yousef). Si tratta di sradicati per necessità, figli di
genitori di origine diversa, condizione che li trasforma in veri e propri
sans-papiers in Medioriente. Non sono palestinesi, ma spesso originari del
Pakistan, delle Filippine o dei paesi dell'Africa orientale, che hanno
assunto posizioni sempre più estremiste durante la loro permanenza in
Occidente. Secondo un fenomeno classico, l'ingresso nella setta avviene al
prezzo di una rottura individuale con la loro famiglia, il loro paese
d'accoglienza e il loro paese d'origine e fornisce loro una nuova identità.
«Non sono né francese, né algerino, sono musulmano», dichiarava Khaled
Kelkal.
Per alcuni si tratta di un
viaggio senza ritorno perché, nel loro paese, li aspettano il carcere o la
morte. L'Afghanistan era diventato il rifugio di tutti coloro che dovevano o
volevano fuggire, e quella del martire è la strada maestra per uscire da
questa impasse. Tutti questi esiliati,
pronti al sacrificio, sono passati per le mani di bin Laden, a cui i taliban
hanno affidato il reclutamento dei non afghani. Questa generazione, che ha
vissuto il fallimento dei partiti islamisti nei diversi paesi, aderisce alla
lotta contro il nuovo nemico multiforme: «l'Occidente».
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